Attività scientifiche, finanziarie, trattative immobiliari e comunicazione non sono settori per donne. Meglio puntare sull’insegnamento. Concede più tempo da dedicare alla casa e alla cura dei figli e degli anziani. E se proprio l’ambizione, gli studi o la necessità spingono verso un lavoro differente, allora è meglio ripiegare sul part time, così da soddisfare le esigenze famigliari. La provocazione non è la fotografia di un quadretto anni Cinquanta, ma quanto emerge oggi – in un mondo sempre piu informatizzato e digitale – dai dati della Uil del Lazio e dell’Eures in merito alla situazione lavorativa e disparità di genere nella Capitale e nella nostra regione.

Se lo stipendio medio di un lavoratore del mondo scientifico o tecnologico a Roma si attesta intorno ai 35 mila euro annuali, quello della collega e’ di poco inferiore ai 23 mila euro (-34%). Va peggio nelle trattative immobiliari dove a fronte dei circa 35 mila euro della retribuzione maschile, quella femminile e’ pari a 20.500 euro, con un gap pari al 43,7%. Anche nelle attività finanziarie e assicurative il gap è del 30% (66 mila euro gli uomini, poco meno di 47 mila per le donne). Situazione analoga nel mondo dell’informazione e della comunicazione. Nonostante la forte presenza femminile nel settore, lo stipendio delle donne è di circa il 25% inferiore a quello dei colleghi uomini (poco più di 32 mila euro la retribuzione maschile e poco più di 24 mila quella femminile). Stesso gap (25%) nel settore del noleggio e delle agenzie di viaggio, dove annualmente un lavoratore percepisce in media 17 mila euro, mentre una lavoratrice si ferma a 13 mila. Nella sanità e nell’assistenza sociale, ai circa 26 mila euro di un uomo corrispondono 18 mila di una donna. Non fanno eccezione le attività artistiche e di intrattenimento (-23,9%) e, a sorpresa, nemmeno il settore del personale domestico dove la differenza di retribuzione raggiunge il 35%, ovvero 16 mila euro annuali per gli uomini e 10 mila per le donne. Ciò è probabilmente dovuto soprattutto all’utilizzo del part time. Circa la metà delle lavoratrici della regione infatti ha un contratto part time (48,3% – a Roma città 46%), mentre i lavoratori nella stessa condizione contrattuale nel Lazio e nella Capitale sono pari al 25%. “E qui torniamo al punto di partenza – commenta il segretario generale Uil Lazio, Alberto Civica – nonostante la tanto decantata parità, spetta prevalentemente alle donne la cura dei figli e l’organizzazione famigliare, tanto da costringere molte di loro a chiedere un part time o, in alcuni casi, ad abbandonare completamente il lavoro”. Nel 2023 infatti risultavano inattive nel Lazio 724 mila donne e 430 mila uomini.

“Dati preoccupanti – conclude Civica – che ci fanno comprendere quanto in realtà siamo ancora distanti dalla parità e quanto le donne continuino a subire gli effetti di una società maschilista, spesso evoluta nelle dichiarazioni ma bloccata nella sostanza. E i rigurgiti di ogni tipo che stiamo vivendo in questo periodo non fanno certo ben sperare. Mettere ad esempio in discussione il diritto all’aborto e’ un salto indietro di decenni. Un salto che oltre a invalidare importanti conquiste, rischia di riportare la donna a una condizione di soggezione all’uomo e di giudizio morale e sociale. Bisogna fare attenzione quando si affrontano certi temi che non possono essere certo trattati con la superficialità, l’approssimazione e la strumentalizzazione che caratterizzano molte posizioni politiche. Tra cui, ultima in ordine cronologico, la mancata firma dell’Italia alla Dichiarazione dell’Unione europea sui diritti lgbt”.