Maltrattamenti nel Lazio: record di denunce nel 2017

Oltre quattro denunce al giorno nel Lazio riguardano casi di maltrattamenti in famiglia. Sono state 1.316 infatti questo tipo di querele presentate nel 2017 nella nostra regione dove il numero delle donne vittima di violenza fisica e psicologica all’interno delle mura domestiche è superiore alla media nazionale. Guida la classifica l’area metropolitana di Roma che, con 982 denunce presentate, ha il 74,6% delle donne maltrattate censite nel Lazio. Anche in questo caso il numero delle donne vittima di violenza all’interno delle mura domestiche è superiore alla media italiana, considerando che, in termini relativi, si contano nel Lazio 4,3 denunce per maltrattamenti ogni 10.000 donne residenti contro 4,1 della media nazionale. Questi alcuni dati realizzati ed elaborati dalla Uil del Lazio e dall’Eures, in merito alle violenze sulle donne commesse da persone appartenenti alla cerchia famigliare, soprattutto mariti, fidanzati ed ex compagni.

“Numeri enormi – commenta il segretario generale della UIL Lazio, Alberto Civica – soprattutto se si considera che della maggior parte di queste non si ha notizia. Sono violenze silenziose che accadono all’interno delle abitazioni e spesso si perpetrano per anni prima che la donna abbia il coraggio di denunciare o comunque di allontanarsi da quell’ambiente. Sono molti i freni che impediscono un distacco immediato: la speranza di un cambiamento, una reticenza psicologica dovuta spesso a un senso di vergogna che, purtroppo, colpisce le vittime piuttosto che i carnefici. Ma anche vincoli sociali, economici, soprattutto per le donne che non lavorano o hanno situazioni precarie o part time. Donne che subiscono in silenzio anche per timore di non essere credute o di essere giudicate. Perché viviamo in una società in cui si tende più ad esaminare la condotta della donna che a condannare la violenza dell’uomo. Senza se e senza ma, come dovrebbe essere”. I numeri delle denunce rappresentano solo una minima parte dei maltrattamenti famigliari che vivono e si alimentano soprattutto nel sommerso, dove è difficile entrare. A ciò si aggiungono una serie di complicazioni dovute al senso di isolamento, al timore di allontanamento dei figli, a un iter burocratico e giudiziario troppo complesso e lungo che spesso rischia di vanificare “il coraggio” della denuncia. “Noi stessi abbiamo raccolto una serie di testimonianze che non si sono poi tradotte in querele – prosegue Civica – la paura del giudizio altrui, di non essere credute e soprattutto l’incognita sui figli rappresentano spesso dei freni per le donne vittime di maltrattamento. E certamente le proposte e i disegni di legge di questi ultimi mesi non facilitano le cose. Anzi”.

Il riferimento va soprattutto al ddl Pillon su cui la UIL ha espresso il proprio totale dissenso. “Si tratta di una normativa – spiega il sindacalista – che vorrebbe rappresentare un passo avanti nella tutela dei minori e invece arretra di anni, mettendo a rischio il benessere psico fisico dei bambini. E non ci riferiamo soltanto al tempo salomonicamente suddiviso tra mamma e papà anche quando distanze geografiche e conflitti di coppia lo renderebbero impossibile, ma anche al mancato riconoscimento della violenza assistita e all’introduzione della sindrome di alienazione genitoriale, meglio conosciuta come Pas che pone il minore al rischio allontanamento, all’impossibilita di garantirgli un tenore di vita simile a quello della situazione famigliare precedente alla separazione. Criteri su cui non ci può essere discussione ma solo una bocciatura ad oltranza”. Come agire allora? “La stessa vicenda di Marina raccolta e raccontata dal sindacato non avrebbe potuto avere questo esito se il ddl Pillon fosse stato già in vigore – continua Civica – perché questa donna e i suoi bambini avrebbero avuto l’obbligo di incontrare il violento da cui sono fuggiti e di intraprendere un percorso di mediazione obbligatoria per legge. Ma come si può mediare con un carnefice? Il ddl Pillon prevede un’eccezione soltanto nei casi in cui la violenza sia stata già provata. Ovvero mai nell’immediato visti i tempi della giustizia nel nostro Paese”.

La UIL del Lazio, infatti, lancia la proposta di un tribunale della Famiglia che segua in parallelo il percorso giudiziario civile e penale affinché vi sia una giustizia realmente equa che tenga conto dell’insieme e non attenda anni prima di un pronunciamento a volte indispensabile in sede civile che però viene rinviato all’esito del giudizio penale. È notizia di tutti i giorni, infatti, che la maggior parte delle donne uccise dagli ex mariti o compagni avesse già sporto denuncia per maltrattamenti. “Dov’è la tutela? Dove la salvaguardia dei minori, spesso vittime anch’essi della follia omicida? – domanda Civica – bisogna agire concretamente e non solo in occasione dell’ultimo femminicidio o durante le ricorrenze, importanti sicuramente ma non risolutrici. Agire significa contrastare il fenomeno a livello normativo e attraverso azioni concrete che passano per il potenziamento dei centri antiviolenza e soprattutto di una rete competente in grado di sostenere le vittime di violenza, donne e bambini”.

Un’azione concreta secondo la UIL del Lazio che lancia la propria proposta a Regione e Comune potrebbe essere il riconoscimento di un punteggio nel bando per l’ottenimento di una casa popolare. Sarebbero sufficienti 10 punti per le donne sole vittima di violenza e 15 per le donne con figli.  “In questo modo – spiega il sindacato – si garantirebbe sin da subito un tetto e quindi un punto di partenza fermo da cui ripartire. La storia di Cristina rappresenta un esempio. Se l’Uniat non avesse rifatto i calcoli e non si fosse accorta dell’errore, questa donna con i suoi figli vivrebbe ancora oggi in un garage, senza alcuna tutela nella crescita dei bambini e senza la forza di andare avanti come sta facendo. Il messaggio deve essere chiaro e la protezione delle vittime reale. Non basta dire alle donne denunciare se poi vengono abbandonate a loro stesse, contribuendo così ad acuire spesso con la denuncia i rischi di violenza o di omicidio”. Per cercare di contrastare qualsiasi forma di violenza, la UIL del Lazio inaugurerà nei prossimi giorni un nuovo sportello anti mobbing e anti stalking a Latina, in modo da ampliare anche in provincia la rete messa già in atto nelle grandi città della Penisola. “Ai nostri sportelli si sono rivolte lo scorso anno più di mille donne – commenta la segretaria regionale Uil, Laura Latini – Aprire nuovi sportelli significa essere più presenti sul territorio e più vicini quindi alle persone. Soprattutto le più bisognose. Abbiamo richiesto già da due anni che Roma fosse dotata di centri di primo soccorso aperti h 24 per far fronte alle necessità di chiunque avesse bisogno e ci è stato risposto che era complicato perché ciò implica un’integrazione socio sanitaria di non facile realizzazione. Non abbandoniamo l’idea per dare, come sindacato, un ulteriore contributo concreto”.

 

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