L’occupazione cresce nell’ultimo biennio ma le donne, soprattutto giovani, non ne beneficiano. E anzi, alla crescita limitata, sommano un gap retributivo sempre più marcato, oltre che una maggiore precarizzazione. Questo quanto emerge dal report realizzato dalla Uil Lazio e dall’Eures in occasione dell’8 marzo. L’occupazione giovanile femminile tra il 2018 e il 2022 cresce infatti di 0,6 punti percentuali, passando dal 37,4% al 38%, contro una crescita di 2,4 punti percentuali tra i giovani maschi, dove raggiunge il 47,2%. Conseguentemente, aumenta il differenziale di genere, passando da 7,4 a 9,2 punti percentuali.
Ancora più negativo il dato relativo alle retribuzioni, con un differenziale che nel 2022 risulta pari a 2.800 euro (in crescita di 273 euro rispetto ai 2.527 euro del 2018). La retribuzione media femminile nella fascia 15-24 anni risulta pari a 6.195 euro contro gli 8.804 dei maschi; nella fascia 25-34 il valore sale a 15.463 euro contro 18.758. Le giovani del Lazio inoltre risultano anche più colpite dalla precarizzazione: i contratti “atipici” tra le giovani 15-34 anni raggiungono infatti il 45,7% (40,1% tra i maschi), con valori che raggiungono il 67,7% nella fascia 15-24 anni.
In più, rispetto al 2018 l’aumento delle giovani con contratto di lavoro atipico è stato del 10,9% contro il 7% tra i maschi, mentre l’aumento del lavoro stabile è stato di appena il 4,6%, pari a meno della metà di quello dei maschi (+9,5%) Colpisce infine il dato del part time che tra le giovani occupate raggiunge il 50,3% (58,9% nella fascia 15-24 anni), contro il 36% tra i maschi.
“Le donne restano svantaggiate nel mondo del lavoro – commenta il segretario generale della UIL Lazio, Alberto Civica- Dal rapporto emerge che c’è un lavoro povero ed è ancora più povero per le donne: rientra nella generale tendenza della perdita del potere di acquisto dei lavoratori che segnaliamo ormai da tempo. I dati risentono anche di una maggiore occupazione delle donne nei servizi di cura che sono quelli con le retribuzioni più basse. Per invertire questa tendenza si potrebbe cominciare con essere coerenti con le linee guida del Pnrr, secondo le quali il 30 per cento dell’occupazione deve essere femminile. Inoltre c’è una questione culturale, ovviamente: i contratti nazionali del lavoro sono uguali per tutti, sta al datore di lavoro non fare differenze di retribuzione tra uomini e donne. Se le istituzioni locali intervenissero su nidi e servizi, si potrebbe alleviare il lavoro di cura familiare, ancora troppo a carico delle donne e così miglioreremmo anche i dati occupazionali”.