“Una situazione inaccettabile – commentano i segretari generali della Uil Lazio e della UIL Poste Lazio, Alberto Civica e Stefano Angelini, presenti al presidio – il gruppo Poste Italiane e’ la più grande azienda di servizi del Paese, produce utili e non si comprende perche questa svendita da parte del Governo. Lo stesso Governo che mesi fa sosteneva che non si dovessero svendere i gioielli di Stato. Lo stesso Governo che nei mesi scorsi ha ripetutamente smentito le voci di un’imminente svendita di quote pubbliche. Cosa è successo? Si rendono conto i nostri governanti che per incassare poco più di tre miliardi di euro, una vera e propria goccia nel debito pubblico italiano, priverebbero il Paese di un presidio stabile sui territorio, di un punto di riferimento per milioni di utenti, oltre che di un lavoro per 120 mila famiglie? Comprendiamo adesso il motivo del silenzio negli ultimi mesi da parte del management di Poste nei rapporti con i sindacati”. Nella nostra regione questa privatizzazione produrrebbe la chiusura di buona parte dei 780 uffici sparsi sul territorio (389 solo a Roma, 94 a Rieti, 87 a Latina, 127 a Frosinone, 83 a Viterbo) e del più grande centro di meccanizzazione d’Italia. Centro che da solo da’ occupazione a 800 persone.
“E non si tratta solo di un problema economico, sicuramente non secondario per le migliaia di lavoratori coinvolti – proseguono i sindacalisti – ma di un vero e proprio problema sociale. Da oltre 150 anni gli uffici di Poste Italiane rappresentano un punto di riferimento nelle varie realtà e l’essere così capillarmente diffusi sul territorio e’ ormai una garanzia per i cittadini che verrebbero così privati di un servizio necessario nella quotidianità “. L’azienda tra l’altro ha un bilancio costantemente in attivo e la quota maggioritaria pubblica garantisce anche un’occupazione che finora è stata tra le più stabili del Paese.
“Cosa che non potrebbe più avvenire con la privatizzazione – continua Civica – e in una regione in cui l’81% dei contratti è di natura precaria, ciò comporterebbe un ulteriore aggravamento della situazione già particolarmente compromessa. Basti pensare anche alla chiusura delle numerose filiali bancarie. Chiudere gli sportelli delle banche e adesso gli uffici postali significa impoverire il Paese. Economicamente, perché è una follia continuare a vendere il patrimonio per finanziare la spesa corrente e socialmente per le ripercussioni che avrebbe sulla popolazione. Dove si vuole arrivare? La res publica e’ alla base di uno Stato democratico che funzioni ed e’ il cardine dell’efficienza e anche dell’autoreferenzialita’ di una nazione. Difenderla non dovrebbe essere prerogativa solo del sindacato, ma motivo di orgoglio comune di un Paese. Doverlo ricordare a un Governo di destra ci sembra surreale”.