Oltre 16 mila posti di lavoro a rischio nel Lazio e 120 mila in tutta Italia. Questa la situazione dei dipendenti di Poste Italiane dopo l’annuncio di privatizzazione da parte dello Stato che attualmente detiene ancora il 64% della proprietà.

“Una situazione inaccettabile – commentano i segretari generali della Uil Lazio e della UIL Poste Lazio, Alberto Civica e Stefano Angelini – il gruppo Poste Italiane e’ la più grande azienda di servizi del Paese, produce utili e non si comprende perche questa svendita da parte del Governo. Nel momento in cui, tra l’altro, ci si appresta a discutere il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto lo scorso dicembre. Lo stesso Governo che tempo fa sosteneva che non si dovessero svendere i gioielli di Stato. Lo stesso Governo che nei mesi scorsi ha ripetutamente smentito le voci di un’imminente svendita di quote pubbliche. Cosa è successo? Si rendono conto i nostri governanti che per incassare poco più di tre miliardi di euro, una vera e propria goccia nel debito pubblico italiano, priverebbero il Paese di un presidio stabile sui territorio, di un punto di riferimento per milioni di utenti, oltre che di un lavoro per 120 mila famiglie? Comprendiamo adesso il motivo del silenzio negli ultimi mesi da parte del management di Poste nei rapporti con i sindacati”. Nella nostra regione questa privatizzazione produrrebbe la chiusura di una parte dei 780 uffici sparsi sul territorio (389 solo a Roma, 94 a Rieti, 87 a Latina, 127 a Frosinone, 83 a Viterbo) e il ridimensionamento del più grande centro di meccanizzazione d’Italia. Centro che da solo da’ occupazione a 800 persone.

“E non si tratta solo di un problema economico, sicuramente non secondario per le migliaia di lavoratori coinvolti – proseguono i sindacalisti – ma di un vero e proprio problema sociale. Da oltre 150 anni gli uffici di Poste Italiane rappresentano un punto di riferimento nelle varie realtà e l’essere così capillarmente diffusi sul territorio e’ ormai una garanzia per i cittadini che verrebbero così privati di un servizio necessario nella quotidianità”. L’azienda tra l’altro ha un bilancio costantemente in attivo e la quota maggioritaria pubblica garantisce un’occupazione che finora è stata tra le più stabili del Paese, grazie anche alle politiche attive avviate dal 2018.

“Cosa che non potrebbe più avvenire con la privatizzazione – continua Civica – e in una regione in cui l’81% dei contratti è di natura precaria, ciò comporterebbe un ulteriore aggravamento della situazione. Situazione che crediamo sia già particolarmente compromessa. Basti pensare anche alla chiusura delle numerose filiali bancarie. Come sindacato stiamo ancora lottando per impedire questo scempio e ci troviamo dinanzi uno forse anche più grosso. Chiudere gli sportelli delle banche e adesso gli uffici postali significa impoverire il Paese. Economicamente, perché è una follia continuare a vendere il patrimonio per finanziare la spesa corrente e socialmente per le ripercussioni che avrebbe sulla popolazione. Dove si vuole arrivare? La res publica e’ alla base di uno Stato democratico che funzioni. E’ il cardine dell’efficienza e anche dell’autoreferenzialità di una nazione. E difenderla non dovrebbe essere prerogativa solo del sindacato, ma motivo di orgoglio comune di un Paese. Ricordarlo a un Governo di destra ci sembra quasi surreale. Siamo pronti a scendere in piazza e a scioperare se sarà necessario per impedire questo ennesimo sopruso di Stato”.