lunedì, aprile 23

Roma non è una città per lavoratori e mamme

Negozi aperti sette giorni su sette, chiusure serali posticipate per permettere gli acquisti dell’ultim’ora. Non è però una caratteristica delle festività ma un atteggiamento oramai costante nelle nostre città su cui è intervenuto persino Papa Francesco, ricordando che “senza la domenica libera, si diventa schiavi”. Ma schiavi i dipendenti delle attività commerciali, lo sono già.  E non solo per la domenica lavorativa. Giornate intere in piedi, senza la possibilità di sedersi perché “sarebbe sconveniente davanti alla clientela”, pause pranzo di pochi minuti, possibilità di andare in bagno concessa solo su richiesta e in alcuni casi addirittura un look deciso dal capo del personale. Questo quanto emerso dalle interviste realizzate dalla Uil di Roma e del Lazio nei negozi capitolini. Senza grandi distinzioni tra centri commerciali, megastore e piccoli esercizi commerciali.

“Ci troviamo di fronte a una situazione davvero paradossale – commenta il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica – il lavoro o manca o diventa quasi lesivo della dignità umana. Abbiamo incontrato centinaia di dipendenti che pur di lavorare lo fanno in condizioni estreme, non solo senza riconoscimenti ma addirittura mettendo a repentaglio la propria salute e la famiglia. E in questo clima, alzare la testa viene visto come una minaccia da allontanare al più presto. Come Uil ci ribelliamo a questo sistema di sfruttamento. Perché di questo si tratta. E vorremmo almeno riuscire a dar voce a quanti non possono farlo per non mettere a rischio uno stipendio che nella maggior parte dei casi è indispensabile alla sopravvivenza propria e del proprio nucleo famigliare”.

Veronica, dipendente in un negozio di abbigliamento del centro, racconta di aver rischiato il posto di lavoro per essersi assentata pochi minuti per una telefonata con la madre, a casa ad accudire il proprio bimbo influenzato. Mentre Elena parla delle difficoltà nel dover gestire famiglia e figli durante le domeniche lavorative. Lavora come cassiera in uno dei supermercati Todis e alla domanda sul perché non si ribellino alla situazione e ai turni, alza le spalle demoralizzata e risponde: “e poi chi me lo da’ un altro lavoro?”. Stessa rassegnazione tra i 400 dipendenti degli ipermercati Carrefour che parlano mal volentieri e a sprazzi, temendo di essere ascoltati dai responsabili. Il gruppo Carrefour, ci ricordano, lavora tutti i giorni della settimana con apertura no stop. Drammatica la situazione degli oltre mille lavoratori Sma della Capitale sottoposti a continui trasferimenti tra i vari supermercati romani. “Il tutto da un giorno all’altro – raccontano – con il pretesto della produttività oraria”.

Non va meglio nel mondo della telefonia e della tecnologia. Alla Vodafone di uno dei più grossi centri commerciali della Capitale c’è chi, nonostante la giovane età, soffre già di ipertensione e dolori articolari per le troppe ore trascorse in piedi. “Non è un caso che venga assunto prevalentemente personale giovane – commentano – e con contratti quasi sempre a tempo”. Quello dei contratti è infatti un altro gap che preferiscono non affrontare per evitare ripercussioni. Otto ore senza interruzione, che spesso diventano dieci, anche per i dipendenti Mediaworld dove è impossibile trovare una sedia, uno sgabello anche per riposare pochi minuti. “Non ce lo possiamo permettere”, dicono. Nemmeno in caso di scarsa affluenza o mancanza di clienti? Il “no” è secco e senza esitazioni. Drammatico il caso di una dipendente disabile di Mediaworld Primavera, a cui è stato negato di poter andare in bagno per diverse ore, con immaginabili conseguenze poco piacevoli. Più nota la vicenda di Ikea dove le difficoltà espresse da alcuni lavoratori per improvvisi cambi turno o settore si sono trasformate in licenziamenti, con buona pace dei diritti sindacali e della Costituzione. Poiché al peggio non c’è fine, c’è anche chi mette al bando le mamme. “Troppi problemi e troppe richieste di permesso”, ci dicono tranquillamente dalla direzione di un noto megastore. E anche chi non lo esprime così liberamente, preferisce comunque prediligere giovani e single, “meno impegnativi anche contrattualmente”. Problema non di poco conto questo delle donne con figli: stando agli ultimi dati diffusi dall’Ispettorato del lavoro, infatti, erano mamme quasi 8 donne su 10 tra coloro che hanno dato le dimissioni dal posto di lavoro nel 2016. E quattro di loro, su dieci, hanno detto esplicitamente che la ragione delle dimissioni era proprio la difficoltà a gestire insieme figli e lavoro. Non è un caso che in Italia l’occupazione femminile su base mensile sia di 20 punti inferiore a quella europea (48,9% contro il 68,5% dell’Europa).

“Dove sono le istituzioni in tutto questo?”, domanda Civica. “Com’è possibile far passare sotto silenzio un sistema che è sempre più l’antitesi della civiltà? Profitto e interesse hanno preso completamente il posto non solo della vera natura del lavoro ma anche di quell’umanità che dovrebbe essere alla base di qualsiasi rapporto civile. E dove sono i servizi alla persona? Il welfare? Si parla spesso di famiglie, di mamme ma sono solo parole a effetto, buone per le campagne elettorali. Nel concreto, le risposte sono licenziamenti e dimissioni per impossibilità di gestione”.

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